fbpx
I Gagini a Pollina
All'inizio del 500 Pollina è un piccolo borgo rurale tagliato fuori dalle principali vie di comunicazione. Ai margini delle Madonie da un lato e dei Nebrodi dall'altro; Una terra di confine, lontana dai palazzi del potere e dalle centrali artistiche e culturali. Eppure in questo paesino isolato nella prima metà del 500 si succedono alcuni avvenimenti che lo proiettano, per un attimo, al centro del rinascimento siciliano.
Nel 1515 Benedetto Minneci commissiona ad Antonello Gagini la Madonna della Grazia. Due anni dopo, nel 1517, Giaconia Minneci fa scolpire, sempre dal Gagini, la cornice marmorea che la contorna. Nel 1526 Margherita Minneci fa sistemare in apposita cappella del Duomo di Pollina la Natività, uno dei massimi lavori di Antonello Gagini.
Tra il 1548 e il 1550 soggiorna a Pollina, ospite di Giovanni II di Ventimiglia, Francesco Maurolico, il più grande scienziato siciliano dopo Archimede, e per l'occasione le stanze estreme della torre che sovrasta il paese vengono riadattate e adibite a osservatorio astronomico; è opinione corrente che sia stata la prima specola, cioè il primo osservatorio della Sicilia. E così per la magnificenza dei Minneci e dei Ventimiglia e grazie alle opere del Gagini e alla presenza di Maurolico, Pollina, un paese agricolo, entra nella storia della Sicilia: quella che ha come protagonista l'ingegno umano.

I Gagini a Pollina
Nel Duomo di Pollina si trovano due capolavori di Antonello Gagini: un bassorilievo a mezzo tondo raffigurante la Madonna della Grazia e il gruppo scultoreo della Natività. Il 15 gennaio 1515 Anthonius de Gaginis e Benedicto Minnexi stipulano il contratto per la Madonna della Grazia. L'accordo prevede:
1) facere bene et magistraliter ... imaginam intemerate Virginis Marie di la Gracia;
2) assectata cum lu figliu in bracza;
3) chi tegna la minna in bucca;
4) in uno quatro de marmore bono et albo (bianco) et sine venis a la fachi (faccia) et a li manu;
5) depictam de auro et azolo fino;
6) in scanello facere arma (lo stemma) dicti Benedieti;
7) a li canti di la dicta figura . . . farichi certi serafini et depingiri de auro.
Il lavoro deve essere consegnato entro la fine di maggio. Il prezzo viene fissato in 16 once. Il trasporto, dentro una cassa di legno e via mare, da Palermo fino alla foce del fiume Pollina, a spese del Minneci, ma a rischio e pericolo di Antonio Gagini.

Due anni dopo, il 4 maggio 1517, Jaconie de Minexio commissiona ad Antonellus de Gagini un "tabernacolo marmoreo vuoto", senza immagine dentro, poichè tale immagine era già stata fatta (si tratta della Madonna della Grazia).
Il contratto stabilisce:
1) le misure: "Longitudinis palmorum octo et mezu quartu, et largitudinis palmorum quatuor et dui terczi" (m. 2,09 x 1,20); 2) che nello scannello ci siano "figure et inmagines nativitatis gloriosissime virginis matris Marie"; 3) e nel fregio “duo angeli cum quadam corona in manu'”.
Il prezzo è ancora 16 once, mentre le spese e i rischi del trasporto sono a carico del maestro che, inoltre, si impegna a mandare a Pollina un suo dipendente per collocare l'opera. "Notevole per leggiadria di espressione e finita eleganza di lavoro" così parla Gioacchino Di Marzo della Madonna della Grazia. Il marmo su cui sono modellate le due figure ha una luce particolare che le fa emergere dal fondo e le fa apparire quasi traslucide e maiolicate. L'espressione della Madonna che osserva il Bambino mentre sugge il seno è commovente: una struggente mescolanza di tenerezza e adorazione.

Non è stato trovato il contratto per la Natività, ma che sia di Antonello Gagini è sicuro così come è certo che siamo in presenza di una delle sue opere più belle. Un'iscrizione sulla mensa dell'altare ci informa che fu fatta fare da Margherita Minneci nel 1526. Francesco Auria alla fine del 600 scrive:
"Nella terra di Pollina, è un'opera assai degna della Natività del Signore, con la sua Santissima Madre, S. Giuseppe, e Pastori". Il riferimento agli inesistenti pastori ci dice che molto probabilmente l'Auria non è venuto a Pollina ad ammirare la Natività, ma questo ci conforta ancora di più perché significa che la bellezza dell'opera era universalmente riconosciuta. Agostino Gallo all'inizio dell'800: La Natività del Signore colla B. V., e S.Giuseppe, statue nel duomo della terra di Pollina. Una delle sue opere più pregevoli. E Gioacchino Di Marzo a metà dell'800: "Son divine sculture e per fermo da enumerarsi fra' più stupendi capolavori di lui... Nulla di più bello e celestialmente perfetto, si per la vita e la pietà del sentimento che per l'esquisita esecuzione. Le dispose egli con grand'effetto di verità in una grotta, che foggiò sopra un'altare. Benchè fin qui non sia riuscito trovare l'atto di convenzione per tale insigne opera (... ) non è a dubitar dei resto in alcuna guisa che da lui pure quel maraviglioso Presepe venne eseguito, laddove non altri se non egli in quel tempo in Sicilia potè avervi con tanta eccellenza condotte così preziose sculture, che in tutto rilevano l’incomparabile indole del suo genio e la maggiore eccellenza del sommo suo magistero".
Lo stato attuale
Per nostra fortuna il marmo, soprattutto al chiuso, resiste all'usura dei tempo e dell'aria e non necessita di continui restauri. I marmi gaginiani di Pollina sono perfettamente conservati nelle loro parti essenziali. I volti, della Madonna, di San Giuseppe e del Bambino, conservano intatta la loro incantevole bellezza. Invece la parte delle statue pitturata (capelli, mantelli, fregi vari) ha perso colore e necessiterebbe di restauro. Addirittura gli arabeschi che ornavano i mantelli della Madonna e di S. Giuseppe nella Natività sembra che, in epoca remota, siano stati asportati. Non sono restauri indispensabili per riuscire a gustare la maestria di Antonello Gagini e tuttavia non sarebbe male cominciare a pensare di realizzarli per restituire le opere al loro originario splendore.
I Gagini
Durante il medioevo e per tutto il rinascimento le Arti sono patrimonio di famiglia. Di regola la bottega col cumulo di segreti, cultura ed arte passa dal padre ai figli. Questo spiega il fatto che molti componenti della stessa famiglia vengono ricordati in una data arte: per esempio le decine di Bruegel nella pittura, i Bach nella musica, gli Antoni che culmineranno in Antonello da Messina.
I Gagini sono una famiglia di scultori ed architetti originari di Bissone sul lago di Lugano. Il primo di cui si ha notizia è Beltrame il quale ebbe tre figli: Pietro, Giovanni e Pace. Intorno alla metà del 400, insieme a vari nipoti, li troviamo a Genova. In questa città i Gagini ottengono un notevole successo tanto da arrivare ad esportare loro opere fino in Francia e in Spagna. Domenico, figlio di Pietro, è il capostipite del ramo della famiglia trasferitosi in Sicilia. Da giovane studia in Toscana alla scuola di ser Brunellesco; alla morte del maestro si trasferisce a Genova dove, nel 1447, insieme al nipote Elia esegue nel Duomo gli intagli marmorei nella fronte esterna della cappella di S. Giovanni Battista; nel 1457-8 lavora a Napoli all'arco trionfale di Alfonso d'Aragona; infine intorno al 1463 si trasferisce a Palermo dove lavora fino alla morte avvenuta nel 1492. Fine scultore fu il primo artista a portare in Sicilia lo spirito del rinascimento. Tra le sue opere ricordiamo: il fonte battesimale di Salemi, la Madonna nella chiesa di Santa Maria dei Franchi a San Mauro Castelverde, l'Arca di San Gandolfo a Polizzi Generosa, una Madonna con Bambino nell'arcivescovado di Siracusa.
Dalla seconda moglie, Caterina, ha nel 1478 il figlio Antonello il quale in breve tempo supererà in arte e in fama tutti gli scultori siciliani dell'epoca. Giovanissimo compie diversi viaggi in Toscana, a Carrara, per contrattare delle partite di marmo e così può conoscere ed ammirare le opere degli artisti attivi all'epoca in Toscana. Antichi scrittori siciliani favoleggiano che abbia studiato presso Michelangelo Buonarroti, ma la cosa è molto dubbia sia perché non viene attestata da alcun documento, sia per il carattere delle sue sculture, molto distante dallo stile michelangiolesco. È probabile invece che abbia ammirato le Madonne di scuola fiorentina e forse anche quelle del Raffaello e cercato di reinventarne nella scultura la classica bellezza.
Dal 1498 al 1507 lavora a Messina. Di questo periodo ricordiamo: la Madonna a Bordonaro (ME), la "Cona" del duomo di Nicosia, la Madonna con Bambino nella chiesa di Santa Maria di Gesù a Catania. A Messina sposa Caterina del fu Pietro di Blasco che gli dà 2 figli: Giandomenico e Antonino. Tornato a Palermo e morta Caterina si risposa con Antonina Valena dalla quale ha 4 figli: Vincenzo, Giacomo, Bonifazio e Florenzella.
Nel 1508 gli viene commissionata la decorazione dell'abside maggiore della Cattedrale di Palermo. Un lavoro grandioso che lo terrà occupato assieme a numerosissimi collaboratori per molti anni. Il Fazello ci informa che la decorazione consisteva in 42 statue a grandezza naturale di marmo di Toscana: il Cristo, la Vergine Maria, i 12 apostoli e una trentina di santi.
"Non è in Italia più bella opera di questa".
La realizzazione di questa complessa decorazione lo consacra come il più grande scultore siciliano. La fama cresce, da tutta l'isola arrivano commissioni e dalla bottega di Antonello esce un fiume di opere che inonda la Sicilia. Antonello Gagini muore nel 1536 dopo 58 anni interamente dedicati all'arte. I figli, alcuni nipoti e gli allievi manterranno alto il prestigio della sua bottega per tutto il 500; ma venendo meno il genio, continueranno a ripetere gli schemi compositivi portati al successo dal maestro scadendo gradatamente nel manierismo.

Antonello Gagini e la sua bottega
All'inizio dell'800 Agostino Gallo sulla scorta di documenti in seguito rivelatisi inadeguati sostiene che Antonello Gagini sia vissuto 91 anni, dal 1480 al 1571. Ritiene necessario concedergli una vita lunghissima per giustificare l'incredibile quantità di opere attribuitegli. Infatti, tra quelle certe dell'Antonello e quelle della bottega, ne elenca circa 200. Noi oggi sappiamo che è vissuto 58 anni, ma anche 91 anni sono ben poca cosa per una tale mole di lavoro! Inoltre la discontinuità artistica tra le opere uscite dalla bottega gaginiana è talmente evidente che non si può accettare che siano tutte della stessa mano. Si nota che hanno gli stessi stilemi, le stesse idee guida, ma la felicità creativa è troppo varia.
Nel 1507 con la commissione per la decorazione dell'abside maggiore della Cattedrale di Palermo, Antonello viene riconosciuto come il massimo scultore siciliano, l'artista che con una sua opera può dare lustro ad una chiesa o ad un palazzo nobiliare. Da tutta l'isola gli giungono ordinazioni: a prova di ciò sono stati trovati innumerevoli contratti per Madonne, santi, tabernacoli, capitelli, colonne, portali, acquasantiere.
Un'attività frenetica certamente supportata da una bottega dove si stornavano marmi lavorati in quantità che oggi definiremmo industriale. Si ha la sensazione che per molti anni abbia monopolizzato l'arte scultorea siciliana tanto da indurre anche artisti già abbastanza noti ad associarsi alla sua bottega. È chiaro che per arrivare a svolgere l'impressionante mole di lavoro attribuitagli doveva disporre di un enorme numero di allievi che svolgevano il lavoro di scalpello e a cui molto probabilmente Antonello dettava solo gli indirizzi. Solo questo può spiegare i manierismi che spesso notiamo in molte opere uscite dalla sua bottega.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *